Le identità di genere
Le identità di genere
Porsi domande sulla propria identità e sul proprio piacere è sempre meno un tabù e sempre di più un tema importante per la propria autodeterminazione.
Il DSM-V parla di “disforia”, un termine molto controverso perché patologizzante rispetto all’esigenza di affermazione e autodeterminazione che la cultura patriarcale ha per molto tempo negato. Questa stessa cultura continua a rendere le esperienze diverse dall’identificazione con un binarismo “naturale” fonte di fatica, stress e spesso anche pericolo. Oggi quindi il termine disforia di genere non indica tanto una condizione individuale, quanto una condizione discriminante dell’ambiente con cui molti individui sono costretti a fare i conti e per la quale c’è bisogno di un sostegno adeguato: sia per l’individuo che per l’ambiente.
SESSUALITÀ ALTERNATIVE
I movimenti di liberazione sessuale, i femminismi, le lotte delle community LGBTQIA+ hanno portato negli anni allo sviluppo di una maggiore attenzione alla vita sessuale di ciascuno. Porsi domande sulla propria identità e sul proprio piacere è sempre meno un tabù e sempre di più un tema importante per la propria autodeterminazione.
Questa ricerca, a volte personale, a volte collettiva, ha fatto sì che tematiche un tempo oscure venissero via via in superficie: orientamento sessuale, identità di genere, ruolo di genere, espressione di genere sono argomenti che sempre più spesso, per fortuna, vengono presi in considerazione nella costruzione dell’io personale. Ci sono degli aspetti che possono essere percepiti come meno identitari ma che stanno diventando sempre più importanti quando abbiamo a che fare con l’altrə: l’orientamento relazionale e le preferenze sessuali.
L’orientamento relazionale ci parla del tipo di relazione che l’individuo predilige: monogamia, anarchia relazionale, relazione aperta, poliamore e tutta quella serie di possiblità che la non monogamia include. La non monogamia prevede, infatti, che una persona possa avere più di un partner e che tutte le persone coinvolte siano informate e consenzienti. Dare una definizione di orientamento relazionale e non monogamia è solo il punto di partenza per una discussione molto più ampia e che può portare ad approfondire i vari tipi di relazione possibili, scoprire che questi sono tra loro tutti diversi e che ne esistono tanti quante relazioni esistono e coinvolgono il genere umano.
Per affrontare questi argomenti partiremo a un concetto che sembra essere diventato mainstream ma che purtroppo viene troppo spesso banalizzato: il consenso. Senza il consenso non potrebbero esistere né la non monogamia etica né le pratiche di sessualità alternativa ma dovremmo ricordare che il consenso dovrebbe essere alla base di tutte le nostre relazioni, nel nostro quotidiano.
INQUADRAMENTO DIAGNOSTICO: LA DIAGNOSI DI DISFORIA DI GENERE
Dal punto di vista diagnostico, il transessualismo resta escluso dalla classificazione del DSM fino al 1980, allorché viene incluso nella terza edizione del DSM, inquadrato tra i Disturbi Psicosessuali in una sezione riguardante i Disturbi dell’Identità di Genere. Nella terza edizione rivisitata del DSM viene, inoltre, eliminata definitivamente l’omosessualità, fino a quel momento considerata un disturbo mentale, non più considerata un’entità clinica.
Nel DSM-IV e nel DSM-IV-TR il transessualismo viene classificato come “Disturbo dell’Identità di Genere”, con la distinzione in base all’età attuale del soggetto in esame (dell’infanzia, dell’adolescenza o dell’età adulta). L’eliminazione dalla categoria dei disturbi che usualmente compaiono in infanzia, fanciullezza e adolescenza è dovuta all’osservazione di casi con comparsa tardiva, in età adulta, dei sintomi tipici.
Nella più recente edizione del DSM, il DSM-V, si assiste al passaggio dalla diagnosi di “Disturbo dell’Identità di Genere” alla diagnosi di “Disforia di Genere”. Tale passaggio prevede la perdita del termine “disturbo”, privilegiando, con l’introduzione del termine “disforia”, la dimensione del disagio soggettivo provato dalla persona. Il focus non è più, quindi, sull’idea di un’identità disturbata, ma sul disagio che deriva in queste persone dall’incongruenza tra il genere esperito e il dato biologico. Per questa nuova diagnosi di DG viene pensata una collocazione a sé in una specifica categoria diagnostica, separata dalle parafilie e dai disturbi sessuali. Tale modifica appare di grande rilevanza in quanto indicativa di un passaggio nella diagnosi da una sfera prevalentemente comportamentale, sessuale e disturbata, a una sfera più ampia che coinvolge l’intera identità della persona. Allo stesso tempo la sostituzione del termine “sesso”, prevalente nel DSM-IV-TR, con il termine “genere” nella quinta edizione, rappresenta un’ulteriore evidenza di uno spostamento del focus su aspetti variegati inerenti l’identità e la personalità dell’individuo, rispetto al mero dato comportamentale. Un altro importante cambiamento è stato l’eliminazione dai criteri diagnostici del DSM-V del criterio specificatore relativo all’orientamento sessuale. Tale modifica è indicativa dell’aver preso atto, a partire dai dati di letteratura, che l’orientamento sessuale non può essere considerato un predittore di outcome, diversamente da un tempo in cui si riteneva che l’orientamento eterosessuale rappresentasse un fattore predittivo favorevole nell’ambito di un precorso di transizione di genere.
Non si parla più, quindi, di “identificazione con il sesso opposto”, ma di “incongruenza tra il proprio genere, così come è esperito o espresso, e il genere assegnato”, allontanandosi da una concezione binaria di genere.
Se nel complesso il passaggio da “disturbo dell’identità sessuale”, fino al DSM-IV-TR, a “disforia”, nel DSM-V, è stato rappresentativo di un importante cambiamento culturale, che sottolinea la volontà da parte della comunità scientifica di prestare maggiore attenzione alla sofferenza di queste persone e di ridurre lo stigma a esse associato, a tutt’oggi è tuttavia considerato un compromesso poco soddisfacente da coloro che auspicavano e auspicano una completa depatologizzazione di questo fenomeno con l’esclusione della diagnosi dai manuali diagnostici psichiatrici.



